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(foto Luca Righi, Kartu studio fotografico)

“Mèsico era mio nonno, venuto al mondo nel mezzo dell’oceano, sul ponte più misero della nave che riportava in patria la sua famiglia, partita emigrante per il Brasile qualche anno prima. Era l’inizio del Novecento. Raggiunta l’Italia, lo battezzarono col nome di Guido ma iniziarono presto a chiamarlo Giuàn, Giovanni, come il fratello maggiore che se ne andò adolescente cadendo dalla scala del granaio. Era un tizio enorme, più largo che alto, forte come un toro, feroce, affamato. Nel piccolo paese della campagna mantovana in cui divenne uomo, un posto esotico valeva l’altro; fosse Cile o Argentina, Brasile o Messico, appunto, non faceva alcuna differenza, così, eccolo marchiato a vita: Mèsico, con una esse sola, come vuole la spiccia fonetica del poco cerimonioso dialetto padano. E Mèsico fu mio padre e Mèsico sono anch’io.”

Mèsico è il moniker scelto da Paolo Mazzacani, già navigatissimo esponente (assieme a Luciano Ermondi) della musica elettronica e ambient su scala europea nel progetto Tempelhof. Con il suo nuovo esperimento Paolo spegne campionatori, sequencer, arpeggiatori e synth e si affida esclusivamente alla sua chitarra acustica ed alla sua voce. Una nuova vita, una dimensione tanto insondata quanto intimista che lo porta a mettere in gioco la sua dimensione personale nella maniera più naturale possibile. Paolo Mèsico è un cantautore che mostra una grazia ed una capacità di affascinare assolutamente particolare: un mondo da scoprire, un viaggio da intraprendere anche senza bagaglio, con il cuore aperto e pronto a fremere.

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